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«Io non conosco
il gatto.
So tutto, la vita e il suo arcipelago,
il mare e la città incalcolabile,
[...] ma non riesco a decifrare il gatto»
Pablo Neruda, Ode al gatto
la Strenna di Natale 2008
LA MAGIA DEL GATTO
Storie, leggende, misteri
il nuovo libro di LAURA FEZIA
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Edizioni L'Età dell’Acquario / collana «Uomini,
storia e misteri»
pagine 196 con inserto fot. a colori / euro 14 / ISBN 9788871362939
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Tra tutti gli animali domestici il gatto è certamente quello più
affascinante, ma anche quello nei cui confronti esistono più pregiudizi. Si
dice, ad esempio, che non si affezioni al padrone, bensì alla casa. Non è
vero: si affeziona alla casa solo se non è stato lui a scegliere il suo
bipede. È un animale indipendente e con le idee chiare, che non scende a
compromessi e non vende il suo affetto per una ciotola di cibo o una
frettolosa carezza. Apprezza la comodità che l’uomo gli offre, ma decide lui
– e lui solo! – chi merita la sua considerazione.
La sua storia inizia 30-40 milioni di anni fa: da allora accompagna l’uomo
come un silenzioso e spesso incompreso aiutante. Nessun animale ha
conosciuto vicende tanto alterne, dalla venerazione come divinità, alla
persecuzione come incarnazione demoniaca. Il gatto infatti non suscita
sentimenti tiepidi: creatura magica e misteriosa, o lo si ama, o lo si
detesta.
Dopo un breve viaggio nel tempo (integrato da una serie di rare e suggestive
immagini), Laura Fezia racconta meravigliose storie vere e ci parla delle
straordinarie qualità e delle numerose virtù di questo particolarissimo
animale. Queste pagine non vi serviranno forse a scegliere un micio, ma vi
aiuteranno a farvi scegliere da lui come compagni di vita. Insomma, questo è
un libro scritto anche dal punto di vista del gatto!
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tel. 011.517.53.24
INDICE
Ringraziamenti
Premessa
La storia
Micio e Peppina
I gatti e l’anima
La gatta sensitiva
Il gatto e l’ESP
La scelta del gatto
I gatti e le donne
Tonto di mamma
I gatti nelle arti
Gatto Felice
I gatti in musica
Gilda, Migna, Taddeo e Lalla
Come procurarsi un gatto
Il gatto: istruzioni per l’uso
In conclusione
Bibliografia
ANTEPRIMA
dal libro
Premessa
Amo gli animali da che ho memoria di essere al mondo.
Quando – da bambina – trascorrevo qualche settimana, in estate, a casa dei
miei nonni, a Pollone, nessuno si preoccupava se improvvisamente sparivo,
perché sapevano dove cercarmi: nel pollaio o nella stalla.
Giocavo con i pulcini e le galline sorvegliata attentamente dal gallo, che
non era molto contento ma mi tollerava, oppure mi perdevo ad accarezzare
mucche e vitelli, aiutando ad accudirli.
L’odore che emanavo, dopo queste scappatelle, non era certamente dei
migliori e allora mia nonna, prima di concedermi l’accesso in casa, faceva
scaldare l’acqua sul putagé (1), mi immergeva nella tinozza posta in mezzo
al giardino e si dava da fare con striglia e sapone: eravamo negli anni ’50
e le case, soprattutto le vecchie case di campagna, non erano dotate di
vasca da bagno. Il boom economico avrebbe elettrizzato l’Italia solo nel
decennio successivo, dando il via a quello che la generazione degli anziani
avrebbe ancora per un bel pezzo chiamato sprezzantemente «lusso».
Non avevo animali in casa: mio padre non ne voleva. L’eccezione era
rappresentata dal pesce rosso che annualmente zio Marcello ci regalava in
occasione del Carnevale… e che finiva regolarmente per defungere nel giro di
poche settimane, con mio gran dispiacere.
Però c’erano, per fortuna, parenti e amici dotati di quadrupedi: andarli a
trovare era una gioia! Ricordo un’intera generazione di «Rea» in casa del
mio padrino, il gattone persiano di zia Rosita (mi pare che si chiamasse Alì),
la cagnetta di Mafalda che scartava da sola le caramelle, la barboncina di
zia Giulia che avvertiva le padrone – completamente sorde – se il campanello
o il telefono squillavano.
In quei primi tempi e anche oltre, la mia preferenza era per i cani:
possederne uno da amare e coccolare era il mio sogno. Sarei riuscita a
realizzarlo a 18 anni compiuti.
Dei gatti sapevo poco o nulla, li ammiravo ma mi davano poca soddisfazione
ed ero condizionata dalle dicerie che circolavano (e circolano!) su di loro,
la prima e più infondata delle quali è: si affezionano alla casa e non al
padrone. Inoltre, una delle leggende famigliari era quella che raccontava
mio padre che, da bambino, aveva visto la vicina di casa – tôta Cardetti –
con il viso sfigurato dalla sua gatta siamese, che le aveva proditoriamente
teso un agguato lanciandosi su di lei dall’alto del guardaroba.
Solo con il tempo ho scoperto l’universo felino e ne sono rimasta
piacevolmente sorpresa e totalmente affascinata.
Il gatto si affeziona alla casa solo se non è stato personalmente lui a
scegliere il padrone: è un animale indipendente e con le idee chiare, che
passa con disinvoltura dal salotto al tetto rimanendo sempre se stesso,
senza mai vendersi o accettare compromessi di comodo.
Apprezza i comfort che il bipede di turno gli offre, ma decide lui – e lui
solo! – se quel bipede merita la sua considerazione… e i parametri che usa
sono davvero sorprendenti!
Infine, il gatto è l’animale magico per eccellenza: ha qualità e proprietà
inimmaginabili, è portatore sano di uno straordinario mondo energetico, la
cui scoperta e fruizione aprono infiniti orizzonti.
Nella storia, è certamente l’animale che ha mutato più volte il suo destino
sociale. Dalla divinizzazione presso gli egizi e altri antichi popoli, alla
persecuzione del cattolicesimo, dai fasti dei templi e dei palazzi
imperiali, ai roghi della Santa Inquisizione, ha accolto con condiscendenza
onori e privilegi, ha sopportato pazientemente pregiudizi e ignoranza, senza
cambiare mai la sua natura indipendente e apparentemente menefreghista,
adattandosi alla convivenza a volte problematica con l’uomo, tenendosene
sempre un po’ a distanza, ma continuando a esercitare su di esso le sue doti
seduttive.
Sono ormai più di trent’anni che frequento gatti e posso davvero dire che
non esiste «il gatto», così come non esiste «l’uomo»: ogni individuo è un
mondo a sé, unico e irripetibile, lontano da stereotipi e generalizzazioni.
Diversamente dall’uomo (2), però e contrariamente a quanto pensano i suoi
avversari, se un gatto ti sceglie è davvero per sempre, fino alla morte e
anche oltre.
Questo libro è nato per caso… e chi mi conosce sa bene quanta ironia ci sia
in questa espressione, perché in realtà sono più che certa, sempre, che «il
Caso» non esista.
Parla di gatti, certo, ma non è un manuale di consigli: di quelli sono già
piene le librerie di tutto il mondo e non si tratta nemmeno di un vademecum
per scegliere quale tipo di micio ospitare nella vostra casa.
È una miscellanea di storia e storie, tra le quali una delle più struggenti
storie d’amore che possa accadere di vivere, racconti di vita vissuta,
notizie di cronaca e di costume, curiosità, opinioni personali e non, sulle
straordinarie qualità dell’animale più affascinante che sia mai comparso sul
pianeta Terra.
Ma soprattutto, vuole essere un libro scritto anche dal punto di vista del
gatto!
1) Termine dialettale piemontese per indicare una particolare stufa
destinata sia al riscaldamento sia alla cucina. Veniva anche chiamata
«cucina economica».
2 Uomo = appartenente al genere umano, dunque maschi e femmine. Contenti?
dal 1° capitolo
La storia
In un libro che parla di gatti, quello relativo alla loro storia è un
capitolo quasi inevitabile.
Non mi sono mai occupata molto di sapere quando il gatto abbia fatto la sua
comparsa sul pianeta Terra, ma accingendomi a scriverne ho voluto
documentarmi.
Si ritiene che cani e gatti abbiano avuto progenitori comuni e ciò risale a
circa 50 milioni di anni fa. Poi le linee evolutive si sono separate, non si
sa con precisione per quale motivo e il gatto si è evoluto prima del cane
come smilodon, circa 25 milioni di anni fa: ma la strada per giungere al
felino che oggi conosciamo è molto lunga.
Lo smilodon, che più comunemente viene chiamato «tigre dai denti a sciabola»
e di cui sono stati trovati molti fossili soprattutto nel Nord America, si
presenta come un animale la cui unica preoccupazione è la sopravvivenza, con
una dentatura smisurata e scatola cranica ridotta: pensare non gli serve,
gli occorre soprattutto cacciare per sfamarsi e avere la possibilità di
difendersi dagli attacchi dei predatori giganti del primo Cenozoico.
Di era in era, di mutazione in mutazione, di adattamento in adattamento alle
condizioni ambientali, arriviamo ai progenitori dei grandi felini, che
iniziano ad aggirarsi sulla crosta terrestre circa 10 milioni di anni or
sono e diventano gli attuali leoni, tigri, leopardi ecc., solo 3 milioni di
anni fa.
L’evoluzione continua o, meglio, continua la differenziazione delle taglie e
delle altre caratteristiche in funzione delle zone e del clima.
I primi gatti moderni che fanno la loro comparsa sulla scena, sono il gatto
di Martelli e il gatto di Pallas.
Il gatto di Pallas (detto anche manul) vive ancora oggi allo stato selvatico
in alcune regioni dell’Asia e in qualche zoo: è un buffo felino che
assomiglia vagamente a un gufo, lungo più di 80 centimetri, di cui 25 sono
di coda, con le zampe corte, le orecchie tonde e basse e una folta e lunga
pelliccia che in natura cambia di colore, a scopo mimetico, a seconda della
stagioni.
Il gatto selvatico di Martelli era diffuso un tempo in tutta l’Europa e in
alcune zone del Medio Oriente, ma attualmente è estinto.
Ufficialmente scompare circa un milione di anni fa, ma presumibilmente ha
solo modificato e differenziato il suo aspetto per adattarsi all’habitat ed
è considerato il diretto progenitore dei più piccoli gatti selvatici
moderni, da cui si sono sviluppati in seguito i cosiddetti «gatti
domestici».
Tra i suoi discendenti troviamo infatti il felis silvestris, che fa la sua
entrée nella storia felina tra i 600.000 e i 900.000 anni fa, diffondendosi
in Europa, in Asia e in Africa e dà origine a diverse razze, quali il
selvatico comune (felis silvestris), il selvatico africano (felis silvestris
lybica) e l’asiatico del deserto (felis silvestris ornata).
Gli esperti presumono che il gatto domestico derivi dal selvatico africano,
la cui culla (ma sarebbe meglio dire cuccia) sarebbe la valle del Nilo. Non
è un caso, infatti, che i numerosi gatti raffigurati nelle pitture
dell’antico Egitto assomiglino in modo impressionante al gatto selvatico
africano.
Sembra che gli egizi, 5000-6000 anni fa, abbiano importato il gatto dalla
vicina Etiopia, lo abbiano chiamato – potenza dell’onomatopea o mancanza di
fantasia! – miu o mau e presto abbiano compreso come questo animale fosse
prezioso per la guerra ai topi che infestavano i depositi di frumento: al
contrario dei furetti, precedentemente impiegati per quello scopo, che però
erano assai ghiotti di grano e decimavano la scorte, i gatti disdegnavano i
chicchi dorati e si interessavano unicamente a dare la caccia ai più
appetitosi roditori.
Ben presto, in Egitto il gatto diventa oggetto di culto e certamente non
solo per le sue qualità di cacciatore: gli antichi egizi, diretti
discendenti di Atlantide, conoscono e usano comunemente il mondo energetico
sottile e non si lasciano sfuggire le straordinarie proprietà dell’animale,
al punto che lo divinizzano e gli conferiscono le fattezze della dea Bastet.
Da quel momento, l’uccisione, il ferimento o anche solo il semplice
maltrattamento di un gatto vengono puniti con pene che arrivano fino alla
condanna a morte e sono numerose le mummie di felini ritrovate nelle tombe
egizie.
Bastet è la musa del canto e della danza, la protettrice dei raccolti, la
divinità che governa la fertilità degli umani, degli animali e della Terra,
la dea dell’Amore. Nella sue rappresentazioni tiene in mano un amuleto sacro
che ha la forma di un occhio di gatto, chiamato utchat (da cui si presume
derivi il nome dell’animale), che viene riprodotto ovunque con un
significato protettivo e propiziatorio. È quello che noi conosciamo come
«Occhio di Ra», il potente dio del Sole, padre di Bastet, che
nell’immaginario egizio assume, a volte, le sembianze di un gatto per
scendere sulla Terra.
Presso gli egizi viene punito con pene severe non solo chi attenta alla vita
di un gatto, ma anche chi cerca di trafugarne uno per farlo espatriare.
Nonostante ciò (o forse proprio a causa di ciò…), fiorisce il commercio
clandestino di mici ed è così che, grazie al contrabbando, i gatti
raggiungono l’Europa e parte dell’Asia.
Quando Alessandro Magno, nel 333 a.C., conquista l’Egitto, poco per volta il
gatto perde le sue caratteristiche divine, ma non la sua importanza.
......
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